Pubblicato da Annalisa Bruno il 27/11/2009 url
http://elleboro.unical.it/?q=node/1582E notizia di pochi giorni che google torna sul banco degli imputati, con il
caso "Vividown" - di bullismo verso un ragazzo considerato Down finito su YouTube - che vede accusati i vertici di Google per "illecito trattamento dei dati e diffamazione": il pm ha fatto la requisitoria finale davanti al giudice Maggi (quello del sequestro Abu Omar) di Milano, chiedendo quattro condanne tra sei mesi e un anno per quattro dirigenti di Google accusati di concorso in diffamazione e in violazione della privacy. Il video era stato messo in rete l'8 settembre del 2006: ritraeva un portatore di handicap sbeffeggiato, vessato dai compagni di scuola in un’istituto di Torino.
Per tre imputati la richiesta è di un anno, per un altro imputato accusato solo di diffamazione la richiesta è di sei mesi. Poi il 16 dicembre tocca alla difesa di Google, e subito dopo ci sarà la sentenza. Per la Procura di Milano, la questione è di responsabilità e non di libertà o censura. «Sarebbe bastato davvero poco - osservano i giudici - per offrire un servizio in maniera responsabile e con l’osservanza delle leggi vigenti», ribadiscono i pm nella loro memoria, «certi di aver portato all’attenzione del tribunale di milano un problema che non interessa affatto la rete, ma solamente un certo modo di fare business ad opera di Google Italy e di tutte le società del gruppo Google, a discapito dei diritti fondamentali dei cittadini».
Secondo i magistrati sarebbe bastata una forma di controllo responsabile per evitare la pubblicazione del video «rimasto per quasi due mesi - dall’8 settembre 2006 al 7 novembre 2006 - nella categoria dei ’video più divertentì, arrivando al 29esimo posto dei video più visti (per la precisione 5.500 volte) prima di essere rimosso». Infatti, scrivono i pm che «i controlli, anche per Google video, potevano essere ragionevolmente (e responsabilmente) fatti». Direttiva sul Commercio Elettronico, recepita dal nostro Paese nel 2003 (Decreto legislativo 70/2003), fissa in modo chiaro obblighi e diritti sia di chi gestisce un sito che di chi naviga e carica contenuti sul sito – gli utenti navigatori. Questa normativa impone ai fornitori di servizi su Internet di rimuovere un contenuto se l’autorità giudiziaria lo ordina, ma non li sottopone ad un obbligo generale e costante di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano. Questo appunto per impedire che gli ISP assumano un ruolo di controllori della Rete. L'avvocato Carlo Blengino, esperto di diritto digitale.
E’ poi stupefacente l’accostamento tra un servizio quale era Google Video all’epoca dei fatti, ed è oggi YouTube, che si limita ad “ospitare” contenuti immessi dagli utenti ed un motore di ricerca che offre un prodotto totalmente differente.Sarebbe come paragonare un’autostrada con un’ azienda di trasporti: entrambi veicolano “merci informazionali” ma con modalità non comparabili. Bastano davvero poche riflessioni per comprendere come la tesi della Procura possa esser questa sì foriera di inaccettabili compressioni di diritti fondamentali nel nostro tempo. Ciò che deve preoccupare non è l’assenza di “filtri” o di “controlli, ma semmai il contrario, ovvero che in rete vi siano “filtri” e “controlli” più o meno dichiarati, piegati al business o peggio all’ideologia". Eticamente, la strategia migliore non è instaurare un’autoritaria censura preventiva, che causerebbe un immenso danno al libero scambio delle informazioni e soffocherebbe una buona cultura della rete, ma censurare tempestivamente e fermamente chi non rispetta le regole della convivenza civile online. In altre parole: applicare regole come quella del safe harbor, che fanno prosperare il nostro ambiente digitale e la cultura liberale che esso promuove. Esattamente come ha fatto Google nel caso Vividown".
Riprendo l'argomento da me aperto su questo forum su you tube
http://elleboro.unical.it/?q=node/1568Cosa ne pensate, in riferimento anche alla discussione sopra citata?